martedì 20 settembre 2011

Un dì fasto in giorni nefasti

« La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico. »
(Camillo Benso Conte di Cavour, discorso al Parlamento italiano, 11 ottobre 1860)







Oggi è XX Settembre.


A questo giorno fu intitolata la piazza principale del mio paese.


Centoquarantuno anni fa (1870) Roma tornava all'Italia e l'Italia tornava a Roma.
L'Italia era quasi fatta, mancava da sconfiggere il potere della chiesa su Roma e nel Lazio.
La famosa Breccia di Porta Pia non fu in realtà di grande interesse strategico, così come gli scontri che ad essa seguirono.
Ciò che colpisce è l'irresistibile idealismo che permeava dalle umane menti del tempo.
Roma doveva essere a qualunque costo la capitale della nuova Italia. E così fu.
Lo Stato Pontificio fu di fatto aggredito militarmente da una forza che contava ben cinquantamila uomini. A difesa del potere papale si schierarono soldati di diverse nazionalità europee, ma capitolarono miseramente.


Di fatto si venne a creare una grave frattura tra il mondo cattolico e lo Stato italiano.
Si deve ricordare a tal proposito che la stragrande maggioranza delle popolazioni italiche era di fede cattolica.
Tale frattura rimase tale fino al 1929, anno in cui il Duce firmò i cosiddetti Patti Lateranensi, concedendo numerosi privilegi ed agevolazioni fiscali al papato, oltre alla sovranità su una modesta porzione di territorio all'interno di Roma, il Vaticano.


A seguito di questo concordato, Mussolini ritenne opportuno rimuovere la data del XX Settembre dalle festività nazionali, per evitare che gli Italiani festeggiassero una giornata che, oltre a testimoniare la gioia per l'unificazione, tradiva anche un pizzico di discordia tra gli Italiani.

Stati europei come la Francia si opposero a quella aggressione militare, ma lo Stato italiano agì in maniera totalmente indipendente.

Vale la pena di ricordarlo oggi in un'Italia prostrata in cui banchettano come Proci soltanto internazionalisti, secessionisti, puritani e maggiordomi.

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