Le sconfitte si trasformano in disfatte quando non abbiamo la forza di ribellarci alla sorte. «Mancò la fortuna, non il valore» si disse.
Quando ancora con le carni lacere ed insanguinate, pur perdendo la quarta sponda,
i nostri padri continuarono a combattere ed a morire con il nome d’Italia sulle labbra. «Mancò la fortuna», ma il valore e la tenacia di quanti avevano combattuto e sofferto, diede la forza ad altri di reagire. Si inalberò nel cielo una bandiera.
All’appello accorsero cantando le giovani linfe dell’onore e del santo sacrificio.
L’Italia fu Repubblica, ma la fortuna ancora una volta volse altrove il suo sguardo.
E fu sconfitta. Il valore, però, non era mancato.
E nel suo segno, a migliaia vennero i figli d’Italia per continuare.
La sacrosanta lotta del «sangue contro l’oro», ancora una volta aveva rinvigorito,
con il suo olocausto, la fiamma dell’eterna luce di Roma.
La giovinezza d’Italia si era battuta con le unghie e con i denti.
Aveva perduto, ma non era ancora stata soggiogata.
La fierezza ed il valore di quanti ci avevano preceduto, ci spronarono a credere ed, insieme ad essi, a sperare più forte. Lottammo con tenacia e caparbietà, poiché su quella strada, il Legionario furente e scarnito dalle mille battaglie,
aveva ancora una volta intrapreso a fatica il cammino della speranza.
E cantando, ci aveva additato la meta comune. Abbiamo fatto insieme molta strada, Legionario. Ed anche se il tuo passo ormai infiacchito dagli anni
non ci ha più dato la sua inconfondibile cadenza, il cammino non lo abbiamo mai smarrito, non lo abbiamo mai interrotto:
la stessa meta di ieri, la stessa tua canzone di sempre, per la stessa Patria.
Nel lungo e difficile cammino intrapreso, non ci siamo mai dimenticati di te.
E nelle soste dei nostri bivacchi, attorno ai fuochi, tra dolci folate di brezza,
abbiamo continuato ad udire la tua canzone.
Quella canzone, l’abbiamo intonata anche noi.
L’abbiamo insegnata ai nostri figli ed ai nostri nipoti.
E nel cielo stellato e sereno la nostra comune canzone è volata a chiamare la luce.
Abbiamo cantato. Abbiamo lottato entusiasti. Abbiamo atteso.
Abbiamo sofferto in silenzio, senza mai perdere di vista il punto fisso che tu ci avevi indicato, sulla linea indelebile dell’orizzonte.
Ma il bagliore del nostro immancabile avvenire, stenta, però, ancora oggi,
ad illuminare di sole l’aurora della nostra vita.
La nostra religiosa ed irriducibile contemplazione della natura,
cerca invano di percepire la tua parola. Un tuo segno. Un tuo indizio.
Cerca di captare nel vento le indimenticabili strofe del tuo canto travolgente di allora.
Ma è silenzio. Inspiegabile quiete. Perché non canti più Legionario?
Cade d’un tratto dal cielo una goccia a rigarci le membra: è pianto, non acqua.
Forse, non è questa la strada? Forse, abbiamo frainteso la meta che ci avevi indicato?
Canta, Legionario, ti preghiamo. Ti imploriamo. Ti supplichiamo.
Perché non canti più, Legionario?
Tu che sei l’eterno custode della nostra Rivoluzione e del nostro irradicato ed imperituro ideale, rispondici.
Dicci qualcosa. Perché ci abbandoni, Legionario? Ti scongiuriamo:
additaci ancora la strada, se l’abbiamo smarrita.
Dacci ancora la forza di cadenzare il nostro passo ormai stanco ed affaticato dagli anni, al canto della tua e della nostra Fede.
E non lasciare che il tuo silenzio e le tue inspiegabili lacrime facciano irrimediabilmente sgorgare dai nostri cuori, la triste amarezza della nostra desolata disperazione.
a.b.m.
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